I murales di Mutignano: un patrimonio colorato da valorizzare

Da diversi anni, una piacevole nota di colore viene conferita al Borgo Antico da una serie di murales  installati negli angoli e negli spazi salienti del corso, quali piazze vicoli e fontane. Rappresentano scene di vita   e di incontri quotidiani, immagini di mestieri, atmosfere di un tempo che fu e frammenti di memoria collettiva che hanno trasformato Mutignano in un libro fotografico a cielo aperto, capace di narrare la propria identità anche attraverso i muri delle case.     La posa di targhe murarie in ceramica dedicati a personaggi illustri e luoghi storici del Borgo Antico di Mutignano, a cura   dell’Associazione Pro Loco Mutignano Borgo Antico APS , rappresenta una prima tappa di valorizzazione dei suoi vicoli e della sua memoria storica e identitaria.      Tra i primi  a  puntare sui murales come forma  di valorizzazione urbana,  il Borgo Antico di Mutignano  avverte oggi la necessità di avviare una  fase di rilancio artistico e culturale  di questo patrimonio  che   ne  racconta  l’anima,   con un progetto di valorizzazione tra restauro, turismo  e nuova creatività . La prima fase, da tempo in gestazione,  dovrebbe  interessare il recupero e la ristrutturazione dei murales esistenti, molti dei quali necessitano oggi di interventi di manutenzione per restituire loro colori e dettagli originali. In questo contesto nasce anche l’idea della formula “Adotta un murales”, che consentirebbe a cittadini, associazioni e attività locali di contribuire direttamente alla conservazione delle opere, rafforzando il legame tra comunità e patrimonio artistico.  Con uno sguardo anche al futuro, individuando nuovi spazi e   promuovendo   un concorso biennale finalizzato alla realizzazione di nuove opere murali da sostituire ogni due anni, permettendo così al Borgo di rinnovarsi periodicamente con un approccio dinamico e innovativo. Da sviluppare, parallelamente, un percorso turistico permanente, dove siano proprio i murales a guidare i turisti nella visita delle opere architettoniche e artistiche (chiese, parco, auditorium, pala del De Litio), valorizzando al   contempo scorci, vicoli e piazze. Unire la tutela del patrimonio esistente e l’apertura alla creatività contemporanea, potrebbe costruire una rete che coinvolge cittadini, associazioni, artisti   con la  prospettiva di una nuova stagione culturale del  Borgo Antico.

Il “viale dei bagolari “

Il “ viale dei bagolari” . Così mi piace chiamarlo, il viale che insiste tra la palestra comunale e il campo di calcetto, che parte dalla stradina sterrata retrostante per arrivare sino al guard-rail della SS16. Un tempo crocevia di carriole novizie e di rotaie, prima per il trasporto dell’argilla dalla collina alla fornace di mattoni, in seguito per il trasferimento dei laterizi necessari per la realizzazione di Parco Filiani. Il viale dei bagolari partiva dalla foresteria ( le “arcatelle”) la cui uscita dalla Villa risulta oggi murata, e conduceva sia al Parco che all’Orto degli Aranci . La percezione visiva è che le piante versano in buone condizioni, ma andrebbero comunque monitorate ; mentre la valenza storica del viale e la specie arborea del bagolaro ( l”albero dei rosari”) illustrate in/con una bacheca di legno illuminata da un faretto per la fruizione notturna,

L’argano come totem del lavoro marinaro

Sebbene priva di una grande tradizione marinara, anche sulla costa pinetese si era abituati ad incontrare argani o verricelli nei pressi delle aree di alaggio o della piccola marineria, custodi di anni di pesca e di attività . L’argano è stato sempre visto quale strumento di fatica e di precisione, serviva a tirare a secco le barche dei pescatori e, nel tempo, è diventato simbolo di un mondo del lavoro fondato sull’ingegno,sulla misura e sull’impegno.

    La letteratura e la poesia hanno spesso riconosciuto negli strumenti del mare — funi, verricelli, alberi, vele — metafore della tensione tra l’uomo e la natura. In testi come Moby Dick di Melville o in liriche contemporanee quali L’Argano di Simona Elia, il meccanismo tecnico diventa figura dell’esistenza: il continuo tirare, mollare, resistere e ripetersi. Gli argani dismessi mantengono un valore totemico, anche se la piccola pesca si serve ora di altre strutture: richiamano la solidarietà dei mestieri, la pazienza del lavoro, il ritmo ciclico del mare. Restaurarli o conservarli non significa solo proteggere un oggetto, ma dare voce a una memoria ancora viva, fatta di mani, sale e tempo .

   Silenziose sentinelle di postazioni vive e vitali, assistenti anonimi di concerti e di albe rosseggianti, aprivano e chiudevano le giornate di mare. Avvolti da una ruggine protettiva e abbandonati nel loro isolato riposo, sono stati quasi tutti rimossi per motivi di sicurezza.   Bisognava occuparsene prima che fossero rimossi con attività mirate di recupero e di valorizzazione, come è stato fatto altrove. Alcuni argani storici, infatti, sono stati restaurati e inseriti in un percorso didattico sui lungomare, con pannelli che spiegano il funzionamento e il ruolo nella pesca locale;   Musei della Marineria conservano e raccontano il funzionamento di verricelli tradizionali e in  Sardegna e Sicilia, in diversi borghi costieri (come Bosa, Carloforte, Aci Trezza) si trovano esempi di argani mantenuti come elementi di arredo urbano e memoria collettiva, spesso accanto a vecchie barche o reti.  Ci restano le foto e le immagini del contesto e dei momenti che questi totem hanno condiviso con natanti, pescatori, gabbiani e il movimento del mare.

 

I ritrovamenti archeologici a Pineto

Un passato che riemerge dal terreno

       Durante i recenti lavori di metanizzazione sono riemerse fondamenta di edifici e reperti archeologici che raccontano una storia antica, risalente all’epoca romana.   Gli scavi hanno portato alla luce fondamenta riconducibili a impianti produttivi e di immagazzinamento merci, un probabile edificio di circa 100 metri quadrati articolati in ambienti funzionali, un’area forno   o figlina, e frammenti di anfore del tipo Lamboglia 2 utilizzate per il trasporto di vino e olio. I frammenti ceramici e di terracotta, trovati anche come riempimento delle fondamenta, confermano un’intensa produzione locale e fanno pensare all’esistenza di un impianto per la fabbricazione di anfore e di laterizi, un’attività artigianale di grande importanza economica verosimilmente collegata all’approdo marittimo della colonia latina di Atri.
Già dalla Tabula Peutingeriana, l’antica mappa delle vie romane, si intuisce come la strada costiera che collegava i fiumi Vomano e Saline (Flaminia Adriatica) attraversasse un’area già all’epoca  ricca di insediamenti abitativi e di attività produttive. Infatti, negli anni ‘70 del secolo scorso, a Silvi Marina in località Colle Castelluccio furono ritrovati i resti di una antica villa romana nelle vicinanze della fornace di laterizi di proprietà Costantini. Questi ritrovamenti, unitamente alle vestigia di un antico acquedotto romano di epoca imperiale rinvenute di recente    nel tratto collinare della Riserva del Borsacchio, ci raccontano un territorio vivo e dinamico dotato di infrastrutture importanti, di una rete di commerci e di scambi che collegava l’Adriatico al resto dell’Impero Romano. Tasselli preziosi che arricchiscono la storia della nostra costa, che duemila anni dopo registrerà uno sviluppo ancora più importante garantito dalla linea ferroviaria e dalle fornaci dedicate alla produzione non di anfore ma di mattoni.

  

Il progetto di recupero dei “formali “e la pista ciclabile che unisce Torre San Rocco a Scerne di Pineto.

     Le carte IGM del 1876 riportano il toponimo Antiche Scerne e Vomano Vecchio, dove vecchio e antiche sono a testimoniare un arcaico paesaggio naturale, melmoso e paludoso ormai trasformato e legato anche a un ramo perduto del Vomano (Scerne deriva da una radice germanica antica, scern o scearn, che significa fango; in sostanza, originariamente indicava zone fangose o soggette a paludi).   Anche l’attuale toponomastica richiama la sedimentazione storica dell’area, da Via delle Paludi a Via dei Mulini, da Contrada Stracca a Via dell’Agricoltura, per arrivare alla Via degli Elettricisti, del Commercio e delle Industrie, dei Trasporti e della Chimica, dei Pastai e dei Falegnami. Sin dai primi del ‘600 fino a tutto l’800, tali pianure alluvionali erano caratterizzate da una fitta rete di canali irrigui realizzati non solo per bonificare i terreni ma anche per il trasporto di legname e, soprattutto, per produrre forza motrice per la macinazione del grano di decine di mulini disseminati tra Torre San Rocco, Scerne e pianure limitrofe (cfr.  I formali e i mulinidel Vomano, di Adriano De Ascentiis), sino ad arrivare nei pressi del torrente Calvano. Oggi, quell’opera ingegneristica di grande valore è pronta a rinascere grazie ad un progetto lungimirante di recupero e di valorizzazione storica, di mobilità sostenibile e cura del paesaggio.      

   E grazie, soprattutto, all’intensa attività di monitoraggio del territorio svolta dal “Comitato Salute, Ambiente e Territorio di Torre San Rocco e Scerne “, alle prese con le molteplici criticità che attanagliano tale area, che il progetto di recupero dei tracciati dei “formali” inizia a prendere forma con la possibilità di trasformarli, in alcuni tratti, in piste ciclopedonali. Si punta alla creazione di un suggestivo percorso che colleghi Torre San Rocco a Scerne di Pineto, ripercorrendo e fiancheggiando in questo tratto l’antico cammino dell’acqua, ora arricchito da una folta vegetazione spontanea, in modalità lenta e sostenibile (cfr. Video su pagina FB del Comitato I formali, tra storia e futuro). Il progetto di prefattibilità, con relativo quadro economico, è stato già redatto nel 2023 e potrebbe essere finanziato dalle compensazioni ambientali da retrocedere da parte di una impresa privata, legate a nuove e adiacenti installazioni di impianti fotovoltaici.  E, come nella migliore espressione della eterogenesi dei fini, la ricerca assidua di compensazioni ambientali portata avanti da detto Comitato, ha portato alla riscoperta della storia della rete idraulica, oggi al centro di una iniziativa che unisce valorizzazione ambientale, mobilità dolce e memoria del territorio. A completare il progetto, si potrebbe immaginare la costruzione di un mulino simbolico in stile olandese, naturalmente non funzionante che fungerà da landmark paesaggistico e sede associativa per attività di tutela, promozione e controllo del territorio.